13 novembre 2003

AVVOLTOI


Indignazione, commozione, rabbia, lacrime, orgoglio nazionale e mille altre imitazioni di emozione, sono queste le reazioni più o meno veritiere seguite al tragico attentato del 12 novembre a Nassiriya, nel sud dell’Iraq “liberato” dalla santa coalizione dei paesi “democratici”.
Avvoltoi, travestiti nelle fogge più varie, si sono avventati sui corpi ancora caldi delle vittime dell’attentato. Avvoltoi incuranti del dolore e della dignità, pronti soltanto a consumare il loro immondo pasto.
Avvoltoi i giornalisti, che fingono emozioni che non provano, che si nutrono delle emozioni degli altri e si compiacciono di una pornografia del dolore che appare sempre più profondamente una vergogna del giornalismo nazionale. Quando verrà il tempo in cui i nostri giornalisti saranno migliori dei consumatori del loro lavoro, quando capiranno che intervistare, inquadrare, sbattere in primo piano i familiari delle vittime è un obbrobrio contro l’umanità, ancor prima che contro il buon gusto?
Avvoltoi gli uomini politici della maggioranza, che prima hanno voluto la missione “di pace” in Iraq, solo per meritarsi uno strapuntino nella villa texana del macellaio che siede alla Casa Bianca e poi si mostrano in lacrime in tv quando le loro scelte sciagurate giungono alla loro “naturale” conclusione.
Avvoltoi gli uomini dell’opposizione, che ammiccano a un “avevamo ragione noi” di fronte a una tragedia, salvo poi mettersi a disquisire sui “modi e tempi” della discussione politica, sull’inopportunità di un ritiro dall’Iraq, sulla indiscutibilità della scelta atlantica e altre baggianate del genere.
Avvoltoi tutti noi, italiani “brava gente” che ci mettiamo a piangere sui nostri morti e ci dimentichiamo che da quelle parti muoiono ogni giorno uomini e donne, bambini e vecchi, perché la guerra è una cosa sporca, la cosa più sporca che possa esistere.
Avvoltoi, perché ancora una volta dimostriamo che se i morti sono “nostri” siamo pronti a indignarci e a batterci il petto, mentre se i morti sono irakeni, palestinesi, afgani o di chissà quale sperduta nazionalità, allora ci interessano poco, se non come “curiosità” o come “statistica” come se i morti non fossero tutti uguali.
Avvoltoi senza dignità coloro che hanno fatto finta di essere addolorati e poi li vedi soddisfatti degli ascolti che stanno raccogliendo col loro programma “di informazione”.
Avvoltoi coloro che si nascondono dietro i morti per no sentirsi dire che hanno sbagliato, che hanno mandato 3000 ragazzi allo sbaraglio senza preoccuparsi di sapere cosa stesse davvero accadendo da quelle parti.
Avvoltoi quelli che si battono il petto e non si vergognano di aver sostenuto che la guerra in Iraq era una guerra giusta, dettata da motivazioni nobili.
Avvoltoi coloro che non hanno il coraggio di ammettere di aver sbagliato. Avvoltoi coloro che vivono al sicuro delle loro case e se ne fregano di quello che succede nel mondo, perché loro non li tocca nessuno.
Avvoltoi tutti noi, che fingiamo di essere addolorati per i morti ma intanto applaudiamo tutti i poteri e i potenti della terra, perché è vero che non esistono poteri buoni, ma il cane lecca sempre la mano che gli dà da mangiare…
Intanto alcune decine di uomini (italiani o irakeni non importa) sono morti e muoiono ogni giorno per il petrolio, per il potere, per un invito a pranzo in un ranch del Texas, per le guerre (sempre “giuste” almeno quelle nostre). Intanto loro sono morti e non possiamo far altro che piangerli, ma davvero, come suggerisce Paolo Villaggio, verrebbe voglia di prendere i nostri parlamentari, i nostri giornalisti, i nostri intellettuali, i nostri commentatori e mandarli in Iraq a fare gli scudi umani

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