02 gennaio 2006

Critiche criticabili

Ho letto con disgusto un articolo apparso sull’ultimo numero di “Ad Est” nel quale venivano affastellate delle gratuite affermazioni sulla persona di p. Naing Moe, il sacerdote che opera la sua missione pastorale nella chiesa del Rosario. Spero che nessuno, conoscendomi, voglia giudicarmi un difensore “d’ufficio” della causa della chiesa cattolica: credo di essere un critico abbastanza severo della chiesa e dei suoi ministri, così come credo di non poter essere sospettato di piaggeria nei confronti del clero raffadalese col quale ho sempre avuto fieri scontri, più che pacifiche convivenze. Tuttavia non posso non essere indignato per il tono e per le parole usate in quell’articolo e mi pare opportuno che i lettori del giornale sentano un’altra voce in merito a quegli argomenti.

Sorvolo sulle evidenti imprecisioni ortografiche, sintattiche, logiche dell’articolo in questione, scrivere bene non è arte accessibile a tutti; sorvolo sull’ignoranza dimostrata circa la geografia (cosa c’entra il Myanmar con il Giappone?); sorvolo sulle imprecisioni gravi circa la liturgia e la dottrina cattolica, gravi per chi dichiara di essere “devoto”. Non posso però sorvolare su alcune questioni sostanziali.

Anzitutto l’articolo gronda di un untuoso razzismo, insopportabile sulle pagine di un giornale di impronta progressista e più adatto a qualche fogliaccio della Lega Nord. L’autore nega che una persona di “cultura, etnia, usi e costumi” diversi dai suoi possa capirlo ed educarlo. Stiamo scherzando? Oggi, mentre tra persone avvedute parliamo di meticciamento delle culture, di mondialità, di apertura al diverso, si pretenderebbe la chiusura in un isolazionismo becero, in un’autarchia culturale degna del ventennio fascista? E allora dovremmo dar ragione ai leghisti che non vogliono i maestri meridionali nelle loro scuole; dovremmo dire che un papa tedesco (o polacco) non ha nulla da insegnare ai cattolici italiani; e che dire, poi, di un arciprete che viene addirittura da Santa Elisabetta? Troppo alieno dalla nostra cultura: i preti li vogliamo provenienti dalla fascia compresa tra il Calvario e via Sgarano! Non scherziamo, lasciamo perdere l’ironia di grana grossa: consiglio all’autore di simili leggerezze di consultare un qualsiasi vocabolario e di leggervi il significato della parola “cattolico” che significa, per l’appunto, UNIVERSALE!

Poi, concordo con l’autore che un prete non serve solo a “leggere la ‘Parola del Signore’”, però l’autore dimentica che un prete serve soprattutto a indicare con la propria vita e col proprio esempio una via, “LA” Via, per chi è credente. Prima di mettersi a disquisire sul modo di parlare del prete in questione, prima di mettersi a sproloquiare sulle diversità culturali, l’autore dovrebbe interrogarsi su questo: quest’uomo è di esempio? Critichiamo pure i preti che mancano alla loro missione, ma non per il loro modo di parlare la lingua italiana (anche perchè, a giudicare da come scrive, non è che l'autore abbia granchè da criticare...)

L’autore, poi, si vanta di aver commesso un sacrilegio (lui che si dice credente dovrebbe saperle certe cose!) ridicolizzando il sacramento della confessione… un simile comportamento si commenta da solo. In ogni caso, l’autore dovrebbe sapere che nella confessione è chiamato in causa direttamente Dio e non il prete, il quale deve sì capire, ma soprattutto deve rendere visibile la reale presenza, nel Sacramento, di Dio, direttamente responsabile di tutto ciò che avviene. Sappia, dunque, l’incauto articolista, che in quel modo ha voluto prendere in giro direttamente Dio e non il prete che si trovava dinnanzi, ma mi pare che al soggetto in questione non importi davvero molto di questi minimi elementi di fede cattolica.

Concordo con una sola delle affermazioni che fa l’autore in quell’infelice articolo, quella in cui dice che le sue facoltà intellettive hanno conosciuto un vero processo confusionario, un processo che l’autore è ben lungi dall’aver smaltito… ma per dire questo non era davvero necessario scrivere “qualcosina”!

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