30 maggio 2006

Bruciare libri

Stavolta è stato un parroco a mettersi in piazza a bruciare il "Codice da Vinci". Non si tratta più di qualche patetico assessore di AN o di qualche altro partito neofascista, comunque travestito, ma un parroco cioè una persona che, ci piaccia o no, rappresenta la chiesa, cioè, nell'immaginario, tutti i cattolici.
Qualche riflessione su questo fatto deve essere compiuta da chiunque voglia ragionare con la propria testa, continuare a ragionare, piuttosto che delegare la fatica del pensiero a qualche istituzione o potere.
Sarebbe facile evocare i roghi delle streghe e degli eretici che la chiesa ha organizzato nel corso della sua sanguinolenta storia, così come sarebbe altrettanto facile accostare il rogo, organizzato in Sardegna da un parroco di ristretta cultura storica, ai roghi di libri che la Santa Inquisizione Romana Universale ha sempre organizzato dei libri a lei invisi. Hanno subito questa sorte le opere di Giordano Bruno, Galileo Galilei, Antonio Rosmini e centinaia, migliaia di altri libri colpevoli solo di contenere idee ritenute nemiche dalla chiesa.
Sarebbe facile, infine, accostare questi roghi a quelli organizzati dai nazisti, che nella loro furia distruttrice avevano mutuato dalla chiesa questi riti catartici pensando che il fuoco potesse purificare non solo le biblioteche ma anche le menti che da quei libri pericolosi erano state "infettate".
In fondo, bruciare un libro, anche solo come gesto simbolico, è più facile che discutere con il suo autore, con i suoi lettori, con i suoi estimatori. Un bel falò risolve i problemi dei poveri di spirito che hanno paura non tanto delle idee contenute nei libri, quanto della debolezza delle proprie idee e delle proprie convinzioni.
In fondo la stessa inquisizione è stata creata proprio perchè i cristiani hanno cominciato a non essere più tanto convinti delle dottrine insegnate dalla chiesa e, quindi, necessitavano di qualche piccolo "aiuto", "incitamento", di qualche "spintarella" per credere alle dottrine ufficiali della chiesa. L'inquisizione, quindi, altro non è che la dimostrazione della debolezza delle convinzioni che è chiamata a difendere, altro non è che il sostituire la forza del ferro e del fuoco alla forza dei ragionamenti e dei convincimenti.
Basti pensare a come la moderna inquisizione si sia guardata bene dal discutere con i teologi sudamericani o asiatici che proponevano un ripensamento delle categorie teologiche del cristianesimo ufficiale. L'inquisizione moderna è intervenuta con le solo armi che conosce, cioè quelle della forza e del sopruso. E il fatto che il capo di questa inquisizione sia diventato papa ci deve indurre a pensare, al di là dei trionfalismi di facciata, alle condizioni miserevoli in cui è ridotta la fede oggi.
Il parroco col vizietto del falò, quindi, non è un bizzarro personaggio in cerca di visibilità mediatica, al contrario è figlio coerente della chiesa d'oggi, della chiesa di Ratzinger e di Wojtyla, una chiesa che ha dimenticato di essere costretta, per statuto evangelico, a cercare il dialogo col mondo contemporaneo, secono la grande lezione di papa Roncalli. Questo parroco ha capito la lezionedi Wojtyla e Ratzinger: con chi non è d'accordo con noi non si dialoga, lo si colpisce con tutte le armi a disposizione. L'eretico va distrutto, la sua immagine va infangata, il suo pensiero va demonizzato (letteralmente, secondo San Paolo, abbandonato al demonio) e infine, se possibile, va bruciato, almeno in effige.
Organizzare roghi per bruciare un libro mostra un latente desiderio di poter bruciare l'autore del libro stesso, cosa resa impossibile da queste perniciosissime idee sataniche di libertà di pensiero, seminate dal satanico Illuminismo.
Poco importa, poi, se il libro in questione è un mediocre thriller religioso che contiene idee e rivelazioni che qualsiasi lettore di Martin Mystére conosce da decenni, poco importa, perchè la libertà di pensiero non è una concessione che ci si deve meritare con originalità e valore artistico, ma è un diritto, come si diceva ai bei tempi, "inalienabile", o, per citare l'aulico Walter Matthau: "la merda ha il diritto di essere merda".

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