18 luglio 2006

Idiozie

Sarebbe bene liquidare le idiozie pronunciate da un vescovo con una sonora selva di fischi e pernacchie. Sarebbe anche opportuno e, tutto sommato facile. Però, purtroppo, non si tratta dei vaneggiamenti senili di un singolo porporato, si tratta, al contrario, dell'ennesimo passo di una strategia che la Chiesa cattolica ha intrapreso da un po' di tempo a questa parte, una strategia che ha lo scopo di sferrare l'attacco finale contro la laicità dello Stato per sostituirla con un neoconfessionalismo con al centro le esigenze, gli interessi e le dottrine della Chiesa stessa.

Insomma, le parole del cardinale Scola meritano qualche seria riflessione e qualche "laica" considerazione.

Lo Stato sbaglia a volere tenere viva la scuola pubblica e a spendere per essa tante risorse ed energie? Lo Stato dovrebbe limitarsi a regolare le iniziative private in materia educativa e, al limite, fornire servizi essenziali là dove i privati non giungerebbero a fornire i loro servizi? In pratica, la scuola pubblica statale è solo un anacronistico rimasuglio di una mentalità laicista, illuminista, ormai sorpassato, destinato a essere soppiantato dalle "moderne" scuole gestite da privati e liberamente scelte dalle famiglie in base alle loro preferenze, alle loro opzioni culturali, religiose, politiche?

La Chiesa ci prova sempre, inutile star qui a ripercorrere i diversissimi modi nei quali si è presentata travestita quest'antica fissazione della Chiesa: spetta a lei e solo a lei il compito di formare ed educare. Poi, di volta in volta questa fissazione si presenta sotto diverse spoglie. Oggi si presenta, sempre più spesso, travestita sotto la foglia di fico del "tocca alle famiglie scegliere come formare i propri figli" il che, tradotto significa: le famiglie devono affidare alla Chiesa il compito di educare i figli e lo Stato deve limitarsi a pagarci le spese.

Questa volta il buon cardinale, con un tono che, dalle pagine del giornale, si indovina pacato e salmodiante, parla di superamento di una scuola che, a suo dire, limita la libertà, in nome di quello che lui, senza arrossire, definisce il contesto del meticciato delle culture.

Insomma, secondo il cardinale, la scuola pubblica, in Italia, forse poteva servire qualche decennio addietro, quando il paese era in preda all'ignoranza e al degrado culturale, ma oggi, in un contesto pluralista, in cui esistono diverse voci, la scuola deve cessare di essere pubblica.

Perché? Anche questo si preoccupa di dirci il cardinale. Secondo lui, la scuola pubblica, oggi, è diventata terreno di scontro per l'egemonia culturale, in essa, infatti si scontrano diverse voci dissonanti e, di conseguenza, si finisce sempre col generare lotte e scontri culturali. Sarebbe meglio, secondo lui, rinunciare al mito di una scuola a priori pluralista e accontentarsi di una scuola pluralista a posteriori, cioè una scuola che si presenta con una ben precisa etichetta (cattolica... islamica... buddista... atea...) che poi, bontà sua, accoglie tutti al proprio interno, purchè, naturalmente accettino di essere in una scuola attentamente etichettata e riconoscibile.

Il cardinale è un fiume in piena. Ricorda che quando lui era piccolo, a scuola, lo mettevano in fila con gli altri e lo portavano a confessarsi. Adesso non è più così: la colpa, naturalmente, è di Gramsci che ha suggerito alla sinistra di prendere il controllo della scuola. Adesso i bambini non vengono più portati a confessarsi, quindi, secondo il cardinale, lo Stato ha cessato di svolgere la sua funzione educativa e deve delegarla ad altri.

Davvero commovente il cardinale, quando innalza peana alla natura libera della scuola che verrebbe fuori dalle sue proposte. Una scuola nella quale la diversità di programmi, di opzioni pedagogiche, di scelte fondanti, porterebbe a una sana competizione, a una migliore offerta formativa, sostanzialmente a un maggior risparmio per le famiglie che non dovrebbero più pagare lo Stato per la sua scuola e poi pagare di nuovo una retta alla scuola privata. Pagherebbero una volta sola e tutti sarebbero contenti.

Tentenna, il cardinale, soltanto di fronte alla domanda sulle possibili scuole islamiche. Qui si perde in un discorso complicato, tirando in mezzo l'immancabile meticciato delle culture e, alla fine, sostenendo che in determinate condizioni si potrebbero anche aprire scuole islamiche, tanto lo Stato, alla fine, penserebbe a controllare il tutto.

Il cardinale condisce tutto questo in un immangiabile minestrone, da Foucault a don Milani (poveretto continuano ad ammazzarlo i vescovi, così come lo ammazzò il buon Florit), dal nemico Zapatero a Glenn, dal giustizialismo giacobino al permissivismo immorale. Una brodaglia immangiabile dalla quale sarebbe opportuno estrarre alcuni elementi di comprensibilità.

Primo elemento

La Chiesa quando parla di missione educativa pensa sempre a se stessa. Fa questo "illuminato" discorso in Italia perché sa benissimo come andrebbe a finire. Se lo Stato rinunciasse alle sue scuole e consegnasse l'educazione alle mani dei privati, il 90% delle scuole andrebbe in mano alle già organizzatissime congregazioni religiose. Le scuole più prestigiose, ricche, frequentate, sarebbero immediatamente conquistate dalla Chiesa, direttamente o tramite terze persone. agli altri, islamici ebrei, mormoni, atei etc. rimarrebbero le briciole. La Chiesa conquisterebbe una posizione di predominio che riuscirebbe a mantenere per decenni, forse per secoli.

Secondo elemento

L'Italia ha già provato le ricette proposte dal cardinale Scola. Le ha provate nei lunghi secoli nei quali lo stivale è stato dominato, a diverso titolo, dai preti. Il papa regnava nel suo staterello, i preti dominavano nelle corti dei vari principi italiani, i gesuiti e tutti gli altri ordini religiosi gestivano le loro scuole e il popolo veniva tenuto volutamente, scientemente e per scelta politica nella più totale ignoranza. In tutti quei secoli, la Chiesa non ha sentito quest'urgenza morale di educare e formare il popolo italiano. Nei secoli in cui ha avuto il potere, il denaro, gli strumenti per svolgere questa sua altissima missione educativa, la Chiesa non si è preoccupata del destino del popolo? A pensarci bene, il cardinale, quando dice che la scuola pubblica serviva quando l’Italia era in preda all’ignoranza e all’analfabetismo, dimentica di dire che ignoranza e analfabetismo erano stati causati, in primissimo luogo proprio dalla Chiesa cattolica e dimentica altresì di dire che la scuola pubblica ha vinto, in un secolo di durissime battaglie, quell’ignoranza e quell'analfabetismo. Adesso dovremmo rinunciare alla scuola pubblica e riconsegnarci in mano a chi ha causato ignoranza e analfabetismo? Dovremmo rinunciare a una scuola che, sola, può insegnare le basi di una mentalità scientifica e affidarci a quelli che, magari, vorrebbero introdurre tra le materie di studio il fumoso “disegno intelligente” sostituendolo alla teoria darwinista?

Terzo elemento

Siamo sicuri che gli obiettivi della Chiesa siano gli stessi obiettivi dello Stato, che i nemici della Chiesa siano gli stessi dello Stato? In fondo, per il nostro cardinale, i nemici dichiarati sono il giustizialismo giacobino e il permissivismo immorale, cioè, traducendo dall’ecclesiastichese, la libertà di pensiero e di azione e la legge come unico limite all’agire umano (la legge, non la morale), cioè i fondamenti del moderno Stato liberale. La Chiesa ha tutto il diritto di scegliersi i suoi nemici e, quindi, di insegnare ai propri fedeli a odiare tali nemici. Ma non ha il diritto di imporre allo Stato, cioè a tutti, di condividere tali inimicizie. È come quando il papa si mette a lagnarsi del relativismo e chiama tutti a raccolta per la battaglia contro il relativismo. Ma chi l’ha detto che il relativismo, nemico del papa, sia anche nemico di tutti gli altri? Posso avere e conservare la libertà di vivere relativamente?

Quarto elemento

In fondo a tutte le preoccupazioni nobile dei prelati, dei cardinali, del papa e di tutti questi santi uomini troviamo un unico antico motivo: il denaro! Alla fin fine la libertà di scelta della scuola da parte dei genitori, per la Chiesa dovrebbe significare un sostanziale travaso di alunni verso le scuole cattoliche, con un esponenziale aumento delle carissime rette che gli ordini religiosi chiedono nelle loro scuole. Se fossero davvero preoccupati soltanto della libertà di scelta, allora farebbero in modo di accogliere gratis quanti più alunni possibile. Invece le rette costano spesso uno sproposito. Il desiderio dei preti è che lo Stato si accolli le rette, che versi nelle casse della chiesa i miliardi di euro che stanzia ogni anno per l’educazione consentendo alla Chiesa di rafforzare contemporaneamente la propria posizione economica e il proprio dominio delle coscienze (oggi, invero, in piena crisi). Dal punto di vista della Chiesa, nulla da eccepire. Ha tutto il diritto di desiderare questi risultati e di impegnare tutte le proprie energie per raggiungerli. Non a caso i preti e i prelati colgono tutte le occasioni per convincere le menti deboli delle loro sacrosante ragioni.

Ma, chiediamoci adesso, allo Stato, conviene piegarsi ai desideri della Chiesa?

Nella scorsa legislatura, per chi se lo fosse dimenticato guidata dal centrodestra, la politica pubblica in fatto di scuola è stata chiarissima. Ingenti risorse sono state spostate dalla scuola pubblica verso la scuola privata, aggirando il divieto costituzionale, andando a finanziare surrettiziamente le scuole private della Chiesa. Hanno inventato di tutto: buoni-libro, rimborsi fiscali, buoni-scuola, finanziamenti all’edilizia per la sicurezza e altre amenità del genere. Il risultato è stato un progressivo impoverimento della scuola pubblica e un ulteriore arricchimento della scuola privata. Oltre a ciò sono stati assunti migliaia di insegnanti di religione cattolica, insegnanti pienamente degni di tale assunzione, per carità, col il solo piccolo difetto di essere stati selezionati dalle curie, tramite gli uffici scolastici diocesani, strutture a gestione para-mafiosa, che premiano spesso i più proni ai desideri dei vescovi e dei preti e cacciano tutte le persone “scomode” (cioè coloro che ardiscono pensare con la propria testa).

Ma ora la Chiesa vorrebbe di più. Vorrebbe una delega totale, vorrebbe che lo Stato accettasse di ritirarsi dalla propria missione educativa delegandola completamente ai privati, cioè, per il 90% alla Chiesa stessa.

Ma lo Stato deve mantenere una propria forte scuola pubblica per molte buone ragioni.

La prima è che la scuola pubblica è l’unica che può educare ai valori condivisi della Repubblica, valori che, con buona pace dei teorici della “Legge naturale” si basano non sulla morale ma sulla legalità, valori che promuovono la cittadinanza responsabile, la libertà di pensiero, la laicità nell’agire. Valori fondati sui concetti illuministici di libertà, uguaglianza, fraternità, giustizia.

La seconda ragione è che lo Stato deve garantire parità reale, sostanziale e non solo teorica a tutti i cittadini. Cioè deve garantire che ciascuno, a partire dal più povero, abbia le stesse possibilità di seguire un valido corso di studi. Non che la scuola pubblica italiana abbia raggiunto questo obiettivo, ché anzi è molto di là da venire, ma è certo che solo una forte scuola pubblica può porsi seriamente tale obiettivo. Al contrario, una scuola privatizzata sarebbe una scuola per forza di cose di classe. Basta guardare a cosa accade nella scuola americana, in cui la suddivisione scolastica è una suddivisione di classe, anzi, peggio ancora, di censo.

La terza ragione risiede proprio nelle motivazioni che tanto a cuore stanno al cardinale Scola. Una situazione culturale nella quale sempre più si trovano a convivere persone appartenenti a culture di provenienza diverse, richiede una scuola capace di unire, non di scavare ulteriori divisioni. Il cardinale dice che, siccome coesistono culture diverse, allora ogni cultura deve farsi la propria scuola, insegnare i propri valori, trasmettere l’appartenenza come valore supremo e, solo in via secondaria, aprirsi al dialogo con le altre culture. Al contrario, il meticciamento delle culture comporta soprattutto una forte capacità di trasmettere, fin dall’inizio, dei valori comuni, condivisi, di riferimento. Valori di cittadinanza che pongano tutti i membri di una società sullo stesso piano e che educhino ad apprezzare anzitutto ciò che accomuna, prima di rivolgersi a ciò che differenzia. Solo uno Stato laico, che non sposi alcuna cultura, alcuna religione, alcuna morale, può fare ciò. E questo significa non soltanto non rinunciare alla missione educativa dello Stato, anzi, significa accentuare tale missione, rafforzarla, renderla concreta attribuendole risorse economiche e sociali.

Infine, un ulteriore motivo è quello di ordine economico. Lo Stato, e solo lo Stato, può utilizzare la risorsa che è la scuola pubblica per realizzare un’opera di giustizia sociale consistente in una vera redistribuzione del reddito, in una effettiva politica di uguaglianza. Non soltanto non è un’ingiustizia ma è un dovere dello Stato far sì che tutti paghino le tasse destinate alla scuola pubblica. Tutti, soprattutto i ricchi, soprattutto quelli che manderanno i propri figli nelle ricche e costose scuole dei preti. Non è ingiustizia, ma elementare equità redistributiva. Tanto è vero che tutti pagano per la scuola, anche quelli che non hanno figli, anche quelli che hanno figli già grandi. Chi vuol mandare i propri figli nelle scuole dei preti, faccia pure! Paghi le tasse e paghi pure la retta! Lo Stato destini i soldi delle tasse alle proprie scuole, nelle quali tutti, a prescindere dalla propria appartenenza di classe vengono educati ai valori comuni della società, valori che, soli, ci rendono ciò che siamo: laici, liberi di pensare e liberi, anche, di essere cristiani senza la superstiziosa illusione di dover assentire e obbedire ai vaneggiamenti di papi, vescovi, preti e, soprattutto, cardinali.

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