01 ottobre 2006

I cento giorni

Sono abbondantemente passati i mitici Cento Giorni dalle elezioni politiche.
Appena quattro mesi fa ci siamo trovati a un passo dal precipitare in un secondo quinquennio berlusconiano, il che avrebbe significato, concretamente, la fine della democrazia, il consegnare il paese a un regime fascio-clericale-razzista, condito dalla prospettiva di un governo che, rinfrancato da una simile inaspettata vittoria avrebbe avuto la concreta possibilità di trasformarsi in un dominio personale del padrone, una sorta di autocrazia plutocratica e mediacratica che avrebbe riassunto in sè gli aspetti peggiori delle dittature didestra e di sinistra. Avremmo avuto un dittatore alla Batista con la pretesa, tutta di Fidel, di essere amato come il salvatore della patria.
In ogni caso il rischio è stato scongiurato e tutti noi, alla fine ci eravamo proposti un pio proposito, dimenticare Berlusconi, non parlarne più, cancellarlo dalle memorie e dalle paure, rientrare nella normalità democratica.
Avevamo eletto un governo che certo non poteva definirsi il migliore dei governi possibili. Un'accozzaglia di partiti e partitini, di leader e leaderini, di interessi e interessini che appariva inestricabile. Si poneva, già all'inizio, viziato da una congenita debolezza non solo numerica (la maggioranza risicata al Senato) ma soprattutto politica, visto che tutti quei personaggi, onestamente, stavanoincolalti assieme solo dalla prospettiva di poter condividere un pezzetto di potere.
Nessuno, credo, ha mai nutrito una minima illusione su questa alleanza. D'altra parte che illusione si può nutrire su Mastella, su Di Pietro, su Pecoraro, su D'Alema? Chi può illudersi di nulla di frotne allo spettacolo penoso della caccia al posto di prestigio da Bertinotti a Marini, da D'Alema a Rutelli.
Insomma ogni tanto mi capita di incazzarmi di brutto quano qualcuno se ne viene fuori con la storia che in Italia abbiamo un governo di sinistra. Solo in un paese come il nostro si può scambiare questo governo con uno di sinistra.
Ammettiamolo onestamente, questo governo è semplicemente il meno peggio che potesse capitarci, un compromesso causato dalla prospettiva di cadere nel baratro del postfascismo berlusconico.
Ma ha senso d'ora in poi continuare a tenere un profilo così basso, ha senso continuare ad accontentarsi del meno peggio?
Me lo chiedo sempre più spesso. Me lo chiedo ogni volta che leggo delle alzate d'ingegno dei ministri prodiani, dei loro litigi, delle loro minacce reciproche.
Me lo chiedo ogni volta che vedo un D'Alema che benedice i soldati che partono per il Libano, me lo chiedo ogni volta che mi sveglio e capisco che con l'indulto hanno fatto un favore ai torturatori di Genova, me lo chiedo ogni volta che tentano di gabellarmi una martellata fiscale sulle gengive dei lavoratori come una manovra di redistribuzione del reddito!
Vale la pena continuare a illudersi che la nostra classe politica possa anche solo per sbaglio, fare le scelte giuste?
Probabilmente, però, non è tanto un problema di classe politica, quanto un problema di sistema. E' proprio il sistema democratico che mostra, in tutto il mondo, i suoi limiti.
Le "grandi democrazie" non sono in uno stato migliore della nostra.
Gli Stati Uniti d'America, da sei anni almeno sono cadute in mano a una oligarchia di petrolieri e affaristi che, nascosti dietro un presidente-fantoccio, hanno reso ancor più sanguinaria e repressiva la politica estera statunitense, trasformando le istituzioni, l'esercito, le alleanze internazionali in strumenti della loro lotta per l'egemonia economica sulle fonti energetiche.
L'Europa si è ormai trasformata in un circolo ristretto a un'oligarchia burocratica che parla soltanto a se stessa e che usa l'Euro come strumento di controllo e di gestione del consenso in tutti i paesi che vi hanno aderito o che dipendono da esso per la propria sopravvivenza economica.
Altrove la "democrazia" si esprime in forme plebiscitarie, populistiche, ma sostanzialmente la politica mondiale è condizionata dalla borse, dalle compagnie energetiche, dal FMI...
Lo spazio per la "politica" nel senso originario del termine si è talmente ristretto da essersi ridotto, ormai a uno spiraglio tanto esiguo da non essere praticabile.
Ha ancora senso parlare di democrazia, quando per la grandissima maggioranza di noi questa famosa libertà si è ridotta alla scelta del padrone da cui farci sfruttare? Ha senso continuare nell'inutile rito elettorale, quando non c'è alcuna alternativa ma soltanto due diversi modelli di sfruttamento che, alla stretta, si assomigliano in modo tragico?
Ha senso continuare a cercare un'alternativa nel sistema quando, ormai, l'unica alternativa davvero possibile è un'alternativa al sistema?

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