04 febbraio 2007

Lettera a «Jesus» sulla scuola

Lettera inviata al mensile «Jesus» e pubblicata sul numero di Febbraio 2007 col titolo
"In difesa della tanto criticata scuola pubblica"
A leggere l'opinione di Giorgio Campanini sull'ultimo numero di «Jesus» (Ottobre - pag. 34), sembra quasi che l'autore voglia suggerire che se il sistema della scuola pubblica italiana non può "essere demolito da un giorno all'altro" si dovrebbe auspicare che una tale demolizione possa avvenire nel giro di qualche anno o comunque di poco tempo.
Sono un insegnante di una scuola pubblica, dunque "parte in causa", ma sono soprattutto una persona che si pone seriamente il problema se una scuola "di parte", comunque la si voglia presentare, abbia la capacità di sostituire il ruolo svolto dalla scuola pubblica in questo paese.
Si può pensare tutto della scuola pubblica italiana, ma non si può pensare di paragonare l'educazione (prima ancora dell'istruzione) a una merce come tutte le altre, cosa che sembra fare Campanini accostando la liberalizzazione del sistema scolastico a quella dei tassisti o dei panificatori. L'educazione e l'istruzione non sono merci proprio perchè esse non sono "privatizzabili": le idee, la cultura, la civiltà appartengono a tutti e provengono da ogni parte.
Ogni unilateralismo, ogni confessionalismo ogni fondamentalismo (c'è anche quello cristiano e cattolico, non dimentichiamo!) impoveriscono e frenano il progresso civile e sociale.
Il sempre citato sistema anglosassone, con la centralità delle scuole private (public schools sì, ma al costo di decine di migliaia di Euro all'anno, quindi, di fatto, privatissime), ha prodotto, in Gran Bretagna come negli Stati Uniti, inaccettabili sperequazioni tra ricchi e poveri, tra scuole d'élite e scuole per la massa disgraziata, tra coloro che possono permettersi di accedere ad alti livelli formativi e coloro che, non potendo permettersi altrettanto, sono costretti ad accontentarsi di scuole di infimo livello e, di conseguenza, di un futuro di sfruttamento e di lavori di bassa qualità. In sostanza la privatizzazione del sapere produce ingiustizia sociale e isolamento di classe.
In Italia, la tanto vituperata scuola pubblica ha permesso un alto livello di mobilità sociale e l'accesso alla formazione universitaria di persone provenienti da ambienti sociali ed economici inizialmente svantaggiati. I "fan" delle scuole private, con sospetto furore ideologico, sostengono, a questo punto, che lo Stato dovrebbe intervenire per finanziare coloro che non hanno i mezzi per accedere alla formazione più qualificata.
In altri termini lo Stato dovrebbe rinunciare alla scuola pubblica e utilizzare gli stessi soldi per finanziare le scuole private (altro che pensiero liberale!). Con la non lieve differenza che a una scuola pubblica laica, aconfessionale, libera e pluriculturale si sostituirebbero un pulviscolo di scuole confessionali, dogmatiche e culturalmente ghettizzate ma pagate comunque coi soldi dei contribuenti.

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