10 marzo 2007

Fenomenologia del traditore

A proposito di tradimenti e traditori, l’approssimarsi delle amministrative a Raffadali mi porta a compiere qualche altra riflessione dopo l'ultimo post. A ogni appuntamento elettorale, a ogni elezione, fosse anche l’elezione del vice-sostituto-capocondomino, assistiamo a un indecente transumanza di personaggi da una parte all’altra, da una partito all’altro, da un gruppo di potere all’altro. Anche questo fa parte del paesaggio tipico della nostra incultura politica. Basta distrarsi un attimo e ti trovi con dirigenti di partito che militano in altri partiti, giovani impegnati e “puri” che svicolano improvvisamente dall’altra parte, storici sostenitori di certe idee che improvvisamente appoggiano apertamente candidati d’altro orientamento. Un indecente gioco delle parti che fa apparire la casa comune della politica una casa di tolleranza (e non parlo di Locke) e mostra come la moralità della classe "politica" sia prossima a quella delle abituali frequentatrici di dette case. Così uno corre il rischio di votare a destra illustri recenti fuorusciti dalla sinistra e a sinistra altrettanto illustri fuorusciti dalla destra.

Le ultime amministrative raffadalesi sono state un esempio preclaro di questo malcostume e le prossime corrono il rischio di superare le precedenti. Già se ne intravedono i prodromi: il mercato delle vacche è apertissimo e gente circola in piazza col cartellino del prezzo legato al collo, senza pudore.

Naturalmente ogni giravolta viene abbondantemente giustificata dal responsabile che ne sa spiegare minuziosamente le ottime motivazioni che l’hanno generata, tuttavia se ci fermiamo un attimo a riflettere possiamo individuare tre specie precise di traditore: il convertito, l’infiltrato e lo “Sciosciammocca”.

Il convertito è colui che dopo lungo e sofferto travaglio interiore si accorge che per tutta la sua vita ha creduto in cose false, che si è fatto traviare da falsi amici e false idee e, a un certo punto, caduto da cavallo sulla via di Damasco, decide di cambiare vita e di passare dall’altra parte. Saulo di Tarso lo fece e per dimostrarlo cambiò anche nome. Certo ciò è frutto di una lunga riflessione, anche se un improvviso incontro col “messia” può aiutare. Tuttavia tale motivazione può essere credibile solo una volta (la seconda o la terza diventa poco seria) e, soprattutto implica una lungo periodo di ripensamenti e di travagli (Paolo passò qualche anno nel deserto), difficile poi che tali crisi mistiche avvengano tutte, e contemporaneamente, in periodo elettorale.

L’infiltrato è colui che cerca di agire dall’interno contro il proprio nemico per distruggerlo e recargli del male. Il motto tipico dell’infiltrato è: «un minuto prima di morire divento juventino così muore uno dei loro!». Così l’infiltrato fa il suo mestiere: si infiltra. Finge di cambiare partito per recare danno al partito avversario. Il problema è che alla fine non si sa mai a favore di chi e contro chi lavori l’infiltrato. Oswald, per esempio, era un patriota americano anticastrista infiltrato prima nell’URSS e poi tra i comunisti americani oppure un agente comunista sovietico infiltrato nella destra americana e poi tra i cubani-americani? Uccise Kennedy (se lo uccise) su ordine sovietico contro l’America o su ordine della mafia per favorire una svolta a destra? Mistero. Forse nemmeno l’infiltrato, alla fine, sa per chi lavora!

Infine abbiamo don Felice Sciosciammocca, protagonista di tante commedie di Scarpetta, compresa la celeberrima “Miseria e Nobiltà”, magistralmente interpretata al cinema da Totò. Don Felice è costantemente, antropologicamente, geneticamente affamato e tutta la sua vita è un incessante tentativo di spegnere questa fame atavica. Pur di farsi una “pranzata” don Felice non esita a infilarsi in situazioni di ogni tipo, non esita a imbrogliare, a impegnare oggetti e a fingere di essere quello che non è. Il don Felice di casa nostra è così, non ha idee, ideali, idealità, ha solo fame e voglia di saziarsi. Finge di essere di sinistra o di destra, allo stesso modo in cui il don Felice scarpettiano finge di essere il principe di Casadòr, passa dalla destra alla sinistra senza ritegno e senza vergogna pur di infilarsi in tasca, come don Felice, un pugno di spaghetti da mangiare con calma, il suo motto alla fine è “a ccu mi duna ‘u pani lu chiamu papà”.

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