27 novembre 2007

Libertà va cercando...


Immagine di Diario russo 2003-2005Ho dedicato gli ultimi tre giorni alla lettura di un libro intellettualmente stimolante. Si tratta di «Diario Russo 2003-2005» di Anna Politkovskaja. Devo a Marcella il consiglio di lettura (grazie...) e ammetto di aver sottovalutato l'impatto non solo emotivo ma anche culturale e "politico" che questa lettura offre.
Non si tratta di una semplice narrazione, in forma di diario, di avvenimenti politici russi, tutto sommato distanti da noi, per quanto tristi e inquietanti (vista la nostra dipendenza energetica dalla Russia). Si tratta di un modello di azione politica che offre paradigmi ermeneutici utili a comprendere anche il funzionamento della nostra politica e il senso della politica in generale.
Anzitutto l'aspetto emotivo. Certo il fatto che la scrittrice sia morta in nome e a causa delle cose che scrive la pone in relazione con tutta una serie di altri scrittori che hanno subito la stessa sorte, da Giordano Bruno a Enzo Baldoni, passando per migliaia di esseri umani che hanno pagato con la vita la fedeltà e la coerenza alle proprie idee. Tuttavia ancor più importante è l'impatto emotivo di una scrittura quotidiana che riporta, quasi con ragionieristica freddezza, soprusi, illegalità, sparizioni misteriose, prevaricazioni politiche e mediatiche. Alla fine comprendi che dietro l'apparente freddezza della cronaca si nasconde una passione civile potente, pericolosa per un potere geloso della propria impunità e, paradossalmente, roso dalla cupidigia di essere amato prima ancora che dal tarlo del potere fine a sé stesso.
Un secondo aspetto del libro che colpisce è quello culturale. Ci si accorge, pagina dopo pagina, di quanto sconosciuto sia un mondo che è così vicino e, per certi versi, così minaccioso. Per quelli della mia generazione, che avevamo vent'anni quando cadeva il muro e pochi in più quando si disfaceva l'Unione Sovietica, per noi che avevamo respirato il vento libertario che spirava dal crollo del muro, che ci eravamo illusi che la fine di un potere postesse significare la crisi del Potere, fa male scoprire che il Potere oggi è più sordo che mai ai bisogni di libertà. Il fallimento di quelle speranze (Tien-an-men, Russia, Asia centrale, Balcani) è probabilmente il fallimento di una speranza ancor più ampia, che il Potere possa essere battuto o comunque possa essere messo in crisi dalla mobilitazione, dal desiderio di libertà.
Però il libro fornisce anche una chiave di lettura politica. Stupisce la voglia di lottare anche quando si è perso in partenza; stupisce che il desiderio di veder sconfitto il malaffare, la corruzione, l'illegalità, anche quando questi sono sistema e sistema dominante, possa muovere a passioni così forti. Il libro mi ha lasciato l'idea della inanità della politica e, tuttavia della possibilità che un'altra via sia possibile per sconfiggere il Potere. La via della cultura, dell'informazione libera, della società civile che non tace, del vento libertario, che ogni tanto prende a soffiare più forte.
E mi pare che, a conti fatti, questa sia una lezione valida anche per noi che, forse, viviamo in un regime simile a quello di Putin e non ce ne accorgiamo "quasi" mai.

Nessun commento:

Posta un commento