01 febbraio 2008

Trono e altare

In Italia i vescovi, al modo di verginelle isteriche, urlano e si indignano quando qualcuno osa dire che la spallata al governo Prodi non l'ha certo data il "casino delle libertà" ma la chiesa cattolica che in questo paese, notoriamente, fa il bello e il cattivo tempo (molto più spesso il cattivo del bello). Urlano con voci stridule e isteriche i vescovi e i loro lacchè, affermando, per petizione di principio e non certo per argomentazione, che "la chiesa non fa politica", inpavidamente affrontando il ridicolo grondante da simili affermazioni.

Mentre la chiesa italiana, dunque, fa politica dicendo di non fare politica (nel senso che il solo dire di non fare politica è un atto squisitamente politico), gli "obispos" spagnoli, che non mi risultano appartenere ad altra confessione religiosa, la politica la fanno eccome, senza vergognarsene! e si schierano dalla parte della destra ex franchista del partito popolare, contro la sinistra del partito socialista dell'odiato Zapatero.

Legittimamente, a mio avviso. I vescovi e la chiesa hanno tutto il diritto di esprimere il loro parere e di dare le proprie indicazioni di voto. Viviamo in società democratiche, in fondo, mica siamo schiavi di una teocrazia sanguinaria come quelle che governano certi paesi islamici e che, fino a 150 anni fa, governava una consistente parte d'Italia con capitale Roma.

Però i vescovi, in Spagna come in Italia, dovrebbero smetterla di raccontarci la favoletta del loro "superiore magistero morale"! Essi, a partire dal vescovo di Roma, sono nient'altro che un partito politico, una parte che si schiera contro altre parti. E' legittimo che i vescovi dicano il loro parere, purchè accettino di stare sullo stesso piano delle altre parti politiche. Niente privilegi, niente spazi riservati sui media (nemmeno per quella predica antiumanitaria che ogni domenica a mezzogiorno le nostre televisioni ci propinano da piazza San Pietro), niente finanziamenti alle chiese e alle altre istituzioni religiose (ospedali, scuole etc.), niente riconoscimento di una presunta superiorità magisteriale.

Se i vescovi accettassero queste elementari regole della società moderna nessuno avrebbe il diritto di contestare il loro sacrosanto (ops...) diritto di parola.

Il vero problema della società italiana è che i vescovi e il papa pretendono di parlare senza contraddittorio, pretendono che qualsiasi sciocchezza (stronzata?) esca dalla loro bocca debba essere accolta da folle osannanti e da plausi generalizzati. Pretendono un privilegio, non un diritto! Ecco perchè, a mio avviso, proprio in nome della democrazia che loro combattono, ai vescovi e al papa dovrebbe essere negato, come una sorta di pedagogia democratica, il diritto di parola finchè non abbiano capito le regole elementari del galateo civile.

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