10 maggio 2008

Torniamo a parlare di scuola

Ho un preciso ricordo di qualche anno fa. Agli alunni di una classe avevano detto o fatto capire che l'esame di maturità (di Stato, chiedo scusa) era una formalità, una passeggiata. D'altra parte il dinamico duo Moratti/Aprea, nel tentativo di trovare sempre nuovi modi per dismettere la scuola pubblica a favore delle scuole private, aveva definitivamente reso quell'esame una barzelletta: commissioni interne, nessun controllo, nessuna garanzia di serietà, se non la professionalità dei docenti. Per un anno avevo detto in classe che non si aspettassero regalie di nessun tipo e che gli esami sarebbero stati seri. Ma predicavo nel deserto, o meglio predicavo contro una cultura diffusa, a tutti i livelli scolastici - tutti! - per cui i diplomi e i voti sarebbero stati regalati a profusione.

Nelle scuole private succedeva così, d'altra parte. Grazie al dinamico duo gli istituti privati prosperavano, licenziavano con voti altissimi migliaia di persone ogni anno, nelle classi finali della mia scuola si assisteva a una emorragia di 2/3 persone per classe che a ottobre o novembre, constatata l'impossibilità di avere voti superiori alle loro aspettative, si facevano incantare dai proprietari di un istituto privato che garantivano - esatto, garantivano! - un voto certamente superiore a Novanta e,  a certe condizioni (suppongo economiche, oltre che di media e di credito), anche il Cento.

Alla fine la commissione, interna, decise che un minimo di serietà dovevamo pretenderla, se non altro per difendere la dignità professionale di noi docenti. I voti furono in media bassi e solo poche persone, che si erano davvero impegnate, riuscirono ad ottenere voti alti.

Ma una scuola seria non può essere affidata solo a una generica buona volontà di alcuni.

Se la scuola è luogo di formazione, di crescita, di educazione, di progettazione, di socializzazione, di trasmissione di valori, allora la scuola non può essere considerata un peso, un costo superfluo, un compito da delegare, da "esternalizzare". La scuola non può essere privatizzata, perchè il futuro non è privatizzabile. La scuola non può essere banalizzata. Gli insegnanti, che già hanno subito un processo di proletarizzazione non solo culturale (il che non sarebbe nemmeno una tragedia) ma anche economica, non possono essere considerati una categoria di oziosi imbecilli. Ci saranno anche alcuni oziosi imbecilli tra noi, ma non per questo si deve muovere guerra all'intera classe docente.

Difendere la scuola significa difendere la società dai rischi che attualmente sta correndo:
la perdita di memoria
la delega dei valori a preti, rabbini e imam
la delegittimazione dei valori fondanti della convivenza civile
lo smarrimento nelle nebbie della violenza fascista di intere generazioni
l'oblio delle motivazioni storiche e culturali cha hanno dato vita alla repubblica
la separazione tra politica - nobilmente intesa - e popolo sovrano, con la conseguente delega del potere a una casta di politici che governa in nome proprio e non in nome del popolo e l'esito possibile e oggi terribilmente concreto di uno scivolamento verso la dittatura

Morale: la scuola è in continua tensione. Non solo tra presente e futuro, come diceva don Milani, ma anche tra noi lavoratori della scuola che, pur coi nostri difetti, abbiamo voglia e interesse nel farla funzionare bene e i politici, i ministri, i sottosegretari che sembrano avere tutto l'interesse nell'affossarla. Ma senza scuola non c'è cultura, non c'è cittadinanza, non c'è democrazia. Difendere la scuola pubblica e laica significa difendere la Costituzione, difendere la democrazia, difendere la repubblica.

1 commento:

  1. Concordando con pressoché ogni aspetti dell'analisi, farei un'aggiunta ed un distinguo.



    Farei innanzi tutto attenzione anche al ruolo della scuola come cardine sociale, ch'ha da promuovere le sue relazioni col resto dei riferimento socio-culturali dominanti, in primis la famiglia. Rapporto scuola-famiglia e massima condivisione delle rispettive responsabilità, senza deleghe inopportune, malsane invasioni di campo né autistici isolazionismi, volontari o meno. Allo stesso modo, maggior connessione tra i diversi livelli scolastici, tale da dare un'idea complessiva di cultura che non sia finalizzata soltanto allo scopo lavorativo, bensì ad un cammino progressivo di istruzione ed educazione, che nel susseguirsi tanto dei contenuti quanto delle forme istituzionali della docenza consegua una crescente consapevolizzazione, nel rapporto coi docenti, coi compagni, e con le realtà socio-culturali cui le differenti istituzioni educative fanno via via riferimento.



    Secondariamente, rivaluterei costruttivamente il ruolo della figura di guida spirituale. Mi rendo perfettamente conto della difficoltà in cui questa si dibatte, influenzata da politicizzazioni, manicheismi e via via discorrendo; il rischio è quello di un'ideologizzazione dei giovani, anziché di un incentivo all'apertura costruttiva nei confronti della creazione, delle sue dinamiche e dei suoi principi fondanti, tanto ontologici quanto etico-morali.
    Si tratta tuttavia di ricostruire un ambito di competenze che la modernità ha progressivamente consegnato o ad una casta di professionisti dell'amicizia artificiale, come gli psicologi, o allo stordimento del divertimento sfrenato. C'è un vuoto, lasciato dalla sparizione del parroco di quartiere, del prete di campagna, del monaco del mondo, che domanda una soluzione, che i soli insegnanti non possono - strutturalmente - offrire. Si tratta di impegnarsi in un'alleanza costruttiva, per difficile che questa possa sembrare, e soprattutto oggi. Te ne scrive uno cui piacerebbe riuscire a realizzare entrambe le dimensioni educative, considerandole egualmente importanti, benché su piani differenti.
    Pace su di te.

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