20 giugno 2008

La democrazia nichilista #1

L'idea di democrazia che emerge dai comportamenti della destra italiana è chiaramente e coerentemente caratterizzata da una palese contraddizione. Lo stesso capo della coalizione, molti anni fa, espresse questi concetti quando continuava ad interpretare l'articolo primo della costituzione, laddove si dichiara che la sovranità appartiene al popolo, come un riconoscimento di una sorta di "delega" da parte del popolo della propria sovranità tramite le elezioni. Fedele, poi, alla sua storia personale, il capo della destra cominciò a trasformare la "delega" in un "appalto" politico-istituzionale per cui, nella prassi politica se non nelle parole, il comportamento della destra italiana è apparso sempre più prossimo a un'idea della democrazia come di qualcosa che si esprime da parte del popolo "sovrano"  in momenti determinati ed eccezionali (quelli elettorali) per poi tornare a esprimersi ordinariamente tramite l'agire dei "delegati" del popolo che assumono, sintetizzano e rivestono in sé interamente la sovranità stessa per la durata del proprio mandato, se non oltre.

Questa concezione della democrazia, vissuta come una sorta di "principato assoluto di origine elettiva" è molto più simile all'originale idea imperiale o, se vogliamo, all'idea papale del potere. Una sovranità assoluta, seppur acquisita per via elettiva (e qui si noti la differenza tra elettivo ed elettorale), che attribuisce al princeps eletto un potere privo di vincoli, una sovranità illimitata e autoreferenziale. In questa visione del potere la stessa carta costituzionale assume un ruolo subordinato rispetto al princeps, il quale si pone al di sopra e al di là di essa, in quanto lui e solo lui incarna in sè la totalità del potere. Ogni vincolo, fosse pure quello costituzionale, diventa così un "laccio", un ostacolo, un freno al dispiegamento della missione che colui che non a caso si intende come "unto del Signore" sente di dover portare a termine. Costasse pure lo stravolgimento o, al limite, l'abrogazione della costituzione medesima.

Ci vuol poco, invece, a dimostrare che nella nostra costituzione il popolo non può mai "delegare" la propria sovranità. Essa non "risiede" nel popolo (quasi fosse una forza esterna che temporaneamente vi trova sede) ma gli "appartiene" in modo inalienabile, non delegabile. Gli strumenti democratici, le "pubbliche funzioni" (secondo il dettato costituzionale) altro non sono che un medium attraverso cui il popolo, ed esso solo, esercita la propria sovranità. Non è quindi il parlamento nè tantomeno il governo a esercitare la sovranità, proprio perché essa non appartiene al parlamento in quanto assemblea rappresentativa del popolo o al governo in quanto organo funzionale del potere esecutivo: il parlamento si limita a rappresentare visivamente una sovranità che risiede al di fuori di sé e che sola, attraverso il meccanismo democratico, lo legittima; il governo, che dal voto del parlamento trae la propria legittimazione, è figlio di una doppia mediazione e, in quanto tale costituisce un medium del medium, altro che sovranità.

L'idea di fondo, di una appropriazione, ossia espropriazione, assoluta e assolutista del principio democratico, aporia radicale eppure, curiosamente, non avvertita come tale, conduce a una prassi politica, un uso delle funzioni democratiche, coerente con questa impostazione aporetica.

Tale "democrazia" (le virgolette sono d'obbligo) si esprime e si incarna in diversi modi nell'attuale sistema politico italiano. Assume così, nelle diverse sfaccettature, il volto di una monarchia immediata, di una pornocrazia mercatale, di una mediacrazia letaminata, di un populismo teurgico, di un messianismo superomistico.

Su questi aspetti dell'attuale regime (che si avvia a raggiungere i due decenni - un ventennio! - di vita) tornerò a riflettere.

 

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La democrazia nichilista

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