23 giugno 2008

La democrazia nichilista #3

LA PORNOCRAZIA MERCATALE

Il mercato è bello, il mercato è santo, il mercato è la panacea, il mercato è la soluzione di tutti i problemi dell'Italia e del mondo. Questo ritornello risuona nelle nostre teste da quindici anni, da quando il potere è stato assunto dai cantori di una ideologia che si autoproclama liberale senza aver mai nemmeno provato ad approfondire le basi del liberalismo.

Non voglio qui dimostrare quanto questi pseudo-liberali non siano neanche lontani parenti del liberalismo. Troppo evidente è, infatti, la distanza che separa questi signori dai padri nobili del liberalismo. Non voglio nemmeno mettermi a citare le figure più importanti della storia liberale, da Locke a Mill, da Einaudi a Croce, da Gobetti a Keynes, farei loro un torto a citarli nello stesso luogo in cui cito Berlusconi, Bossi, Tremonti. Ci vuol poco a dimostrare che tra le basi del liberalismo ci sono alcune irrinunciabili dottrine cardinali: il rifiuto di ogni monopolio, il culto per le regole, la netta divisione dei poteri, la nettissima esclusione di qualsiasi influenza della sfera religiosa su quella politica. Ci vuole altrettanto poco a dimostrare che un monopolista che rifiuta ogni regola, che mal sopporta ogni forma di controllo di un potere sull'altro (il suo) e che umilia il paese che governa fino a baciare la mano di un papa, tutto può essere tranne che un liberale.

Ma non devo essere io a difendere il liberalismo dai suoi nemici interni, tanto più che io non mi riconosco in tale dottrina politico-economica, perciò se qualcuno si ingegna a trascinarne il nome nel fango potrei anche esserne soddisfatto.

Tuttavia, escludendo che l'attuale regime al potere in Italia sia un regime liberale, rimane la domanda su che tipo di regime sia questo. La proclamata fiducia nel mercato, senza i vincoli e le regole tipiche del liberalismo fa di questo potere una "pornocrazia". Il termine deriva dal greco, il verbo pornéuo che significa, tra le altre cose, "vendersi" nel senso di prostituirsi. L'attuale regime è una pornocrazia nel senso che l'unica regola è il non avere regole. Si tratta di una versione adulterata della legge della giungla, per cui non si combatte con la forza o con l'astuzia, ma si combatte vendendosi e trovando prima e meglio degli altri un "compratore".

Basta guardare un qualsiasi politico, anche di infimo livello, per vedere tutto un codazzo di "prostituti" (pornòi) che lo attorniano, giovani e meno giovani, pronti a vendersi, anzi già venduti in cambio di un lavoro, un finanziamento, un favore, un buco in cui potersi infilare, un arricchimento illecito.

Basta guardare i "militanti" di certi partiti, tutti uguali, gli stessi vestiti, agghindati allo stesso modo, che usano le stesse parole con lo stesso tono di voce, che sorridono allo stesso modo e che fingono gli stessi pensieri (che in realtà non sono loro perchè anche quelli glieli hanno forniti col "kit").

Basta osservare il capo dell'attuale regime. Convinto che coi propri soldi possa comprare tutto e tutti. Sorpreso al telefono a trattare favori di un certo tipo in cambio di voti in parlamento. Convinto che ogni persona abbia un prezzo e pronto, se del caso, a pagare quel prezzo. Senza fermarsi di fronte a nulla, senza arretrare, senza nemmeno percepire il mutamento antropologico che un simile atteggiamento sta provocando, trascinando verso il basso la moralità della vita pubblica italiana.

Il "vendersi", il prostituirsi è la regola che tutti hanno assimiliato. Ogni uomo viene giudicato per il suo valore in questo mercato: ciascuno è portatore di un valore la cui essenza consiste nella possibilità di scambiarlo sul turpe mercato umano che è diventata questa società. Non occorre un grande sforzo di fantasia per vedere il dilagare dell'egoismo tra noi, per accorgersi delle chiusure di cui soffre la nostra società: zingari, africani, romeni, latinoamericani, tutti accomunati dal marchio infamante della diversità e tutti ugualmente considerati "nemici" perchè dotati di scarso valore di scambio nel mercato della pornocrazia.

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La democrazia nichilista

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