05 giugno 2008

La guerra 2

La guerra è stata dichiarata già nelle scorse legislature. La riforma Berlinguer, la banalizzazione dell'esame di maturità, l'introduzione del ridicolo sistema dei debiti, la riforma Moratti, l'opera assidua del viceministro Aprea. Tutta una tattica destinata a togliere centralità alla scuola pubblica.

La presidente della commissione cultura della Camera, Aprea (la stessa) ha un suo progetto: «individuando le strategie giuste si potrebbe presto arrivare, come sta avvenendo in Inghilterra, ad avere uno Stato che svolga un'azione più di guida e di controllo che di gestione» cioè la privatizzazione totale del servizio scolastico. A spese di chi?: «verrebbe spinta al massimo l'autonomia delle istituzioni scolastiche, anche quelle paritarie, che riceverebbero le risorse direttamente dallo stato in relazione al numero di alunni», a spese dello stato che finanzierebbe coi soldi di tutti le scuole dei privati, soprattutto quelle del pretume. Come si potrà essere sicuri dell'omologazione totale?: «dietro l'angolo c'è la riforma dello Stato giuridico degli insegnanti che dovrebbero formarsi all'università e verrebbero reclutati, dopo una lunga trafila, dalle singole scuole», cioè, dopo aver politicizzato le nomine dei presidi, ormai quasi tutti forzisti e/o fascisti, si politicizzeranno anche gli insegnanti, scelti sulla base della loro conformità - o del loro conformismo - rispetto ai desideri e alle opzioni politiche dei singoli presidi.

Al manganello dello stato si unisce, come al solito, l'aspersorio del clericume. A maggior ragione a proposito di scuola. Nella scuola, infatti, il clericume ha due interessi fondamentali. Da una parte la scuola serve al clericume per controllare fin da subito le coscienze degli italiani con un attento indottrinamento. Se si fa il lavaggio del cervello fin da bambini si avranno adulti più proni ai dettami del clericume, pronti ad applaudire il papa per ogni sussurro, pronti ad osannare in ogni piazza ogni monsignore che grugnisce. E poi la scuola significa tanto denaro, una mointagna di soldi che i preti non vedono l'ora di far entrare nelle loro capacissime tasche. Soldi pubblici, naturalmente, soldi di tutti che i preti incasseranno per poi dedicarsi soltanto a educare i figli di quella buona borghesia che fa tutt'uno con il trono e l'altare.

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