04 luglio 2008

La democrazia nichilista #6

IL MESSIANISMO SUPEROMISTICO

 

Che in Italia ci sia fetore di regime lo sappiamo già da tempo, che questo regime si fondi su una versione aggiornata e peggiorata del culto della personalità tipico delle dittature novecentesche è assodato, che la figura del "capo" venga vissuta come la figura di un mediatore divino lo abbiamo già discusso nel precedente post di questa serie, tuttavia, poichè la centralità del capo nell'attuale regime è assoluta ed è esaltata dal totale asservimento dei mass-media e dalla transustanziazione avvenuta nella società italiana grazie al dominio della propaganda di regime, è opportuno concludere queste riflessioni tornando a esaminare il rapporto che lega il regime al capo e la massa dei sudditi al culto della personalità del capo medesimo.

C'è da dire che l'uomo ci viene in aiuto in quanto è lui stesso a mettere in atto la caricatura di sé medesimo. Il difetto principale dell'uomo, infatti, è che a lui non basta comandare (né, sicilianamente, il suo corrispettivo inferiore, cioè fottere) ma ambisce a essere amato. Cioè mal sopporta l'idea che possa esistere non dico qualcuno che lo odia (e ne esistono di simili individui...) ma anche che possa esistere qualcuno che sfugge all'ammirazione adorante, al culto della personalità, all'ambizione a far parte del coro dei cantori.

La comunicazione "politica" del premier, in questo senso, è illuminante. Certo, sappiamo che la politica è arte del saper mentire, ma nell'attuale regime la ciomunicazione politica assurge all'arte di scambiare il mondo dei sogni con quello della realtà e si lancia nel tentativo di trasformare le più ardite fantasie in oggetti fattuali. Basti guardare il volantino preparato allo scopo di esaltare i primi due mesi di governo e gettare fumo negli occhi dell'opinione pubblia per far dimenticare le intercettazioni pecorecce e le leggi canaglia.

Nel volantino si opera uno scambio tra il pio desiderio e la realtà, tra l'intenzione (o la velleità) di fare e l'annuncio del già fatto. Scambiare una discussione in consiglio dei ministri tra quattro annuenti comparse con un successo già conseguito sul campo, mostra, meglio di qualsiasi discorso, la convinzione del capo di essere una sorta di messia, un essere divino per il quale parole e azioni coincidono. La sola parola del capo, la sola intenzione del capo di fare qualcosa, il solo annuncio di qualcosa da parte del capo deve essere considerato come un "già fatto". Potremmo scomodare il senso ebraico del termine "parola" nel quale enunciazione e azione si identificano, o potremmo tirare in ballo l'uso giovanneo del termine "logos", per cui la parola, nell'atto stesso di essere pronunciata è mediatrice creativa e giunge fino a "farsi carne".

L'atteggiamento del messia, in ogni caso, è quello di chi con la sola parola opera la trasformazione del mondo, di chi con la parola riesce a compiere miracoli, segni e prodigi. D'altra parte, il mezzo per operare queste azioni miracolose è in possesso del capo. A lui basta che le sue televisioni (cioè tutte le televisioni) affermino che il miracolo è stato compiuto perchè ciò venga considerato come realtà. Alle persone non interessa il fatto ma l'enunciato mediatico che può anche contraddire il fatto ma che, in quanto enunciato, è più vero del fatto stesso.

Basta leggere il manifesto. Ciò che vi è scritto come "fatto" dal governo è stato semplicemente "enunciato", è stato discusso, spesso neppure approvato. Ma si fa conto sull'effetto-annuncio. E la massa adorante crede davvero che il capo abbia ottenuto questi risultati.

Quando qualcuno si lamenta dell'insistenza dei pochi che sfuggono al controllo mentale circa il fatto che il dominio dei mass-media abbia di fatto drogato la società italiana, basta mostrare questa semplice realtà. L'attuale regime si fonda e si nutre del fatto che nessun mezzo di comunicazione, nessun giornalista, nessuna inchiesta dica la verità sul presunto messianismo del capo. Per usare una frusta metafora, nessuno osa dire che "il re è nudo".

 

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La democrazia nichilista

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