01 ottobre 2008

Perché non possiamo non dirci «cristiani»?


Ogni tanto si sente qualcuno brandire, come arma dialettica, una frase del filosofo neoidealista e liberale Benedetto Croce, posta come titolo di un suo discorso. La frase, in origine era: perché non possiamo non dirci «cristiani», con delle vistose e significative virgolette a cingere l'aggettivo. Poi, nella vulgata degli ignoranti, la frase ha assunto le configurazioni più curiose e deformate (perché non possiamo non essere cristiani, perché dobbiamo dirci cristiani, perché dobbiamo essere cristiani) e così via, fino alla paradossale versione che l'altra sera, in televisione, ne ha offerto tale signora Donazzan (assessoressa regionale del Veneto, all'istruzione, temo) la quale attribuiva a Croce questa affermazione tratta dalle proprie fantasie: «non possiamo dirci italiani senza conoscere la cristianità». Lo scopo della sanguinosa storpiatura era di giustificare l'aberrante progetto di rendere obbligatorio lo studio della religione cattolica nella regione che ha il dubbio onore di avere tale assessoressa; tuttavia, al di là di questi casi-limite, il testo crociano è molto citato e altrettanto misconosciuto. Molti si limitano, probabilmente, a ricordarne approssimativamente il titolo senza aver mai letto cosa dice il filosofo di Pescasseroli.
Voglio, quindi, provare a proporre una lettura, per vari motivi non esauriente, dello scritto crociano, a uso di chi voglia citare Croce senza incorrere in clamorosi infortuni e non subire l'accusa, che Croce pone all'inizio del saggio, per cui «più volte l'adozione di quel nome (cristiani) è servita all'autocompiacenza e a coprire cose assai diverse dallo spirito cristiano».
Ciò che Croce intende sostenere nella sua complessa argomentazione è l'esatto opposto rispetto alla caricatura che del suo pensiero è talvolta proposta. Il cristianesimo del quale non possiamo non dirci epigoni è non la religione ma la "rivoluzione" culturale, una rivoluzione «così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall'alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane». Croce vuole rivendicare la piena legittimità della filosofia nel proporre interpretazioni e letture di quanto il cristianesimo ha portato all'interno della tradizione culturale e filosofica dell’occidente.
Il passo centrale dell’argomentazione crociana, infatti, consiste in una vigorosa polemica contro alcune pretese della chiesa cattolica. Dopo aver ricapitolato, in poche stringenti righe, duemila anni di storia del pensiero filosofico, Croce rileva come tutti i filosofi, dai medievali ai rinascimentali, dagli illuministi francesi ai vari Vico, Kant, Fichte, Hegel, siano stati, in modi diversi, influenzati dai concetti-chiave della religione cristiana e, pertanto, siano a essa debitori. Croce rivendica, per il filosofo e per la filosofia, la piena legittimità delle proprie interpretazioni del cristianesimo. Infatti, Croce ricorda:
«questi (filosofi), e tutti gli altri come essi, che la chiesa di Roma, sollecita (come non poteva non essere) di proteggere il suo istituto e l'assetto che aveva dato ai suoi dommi nel concilio di Trento, doveva di conseguenza sconoscere e perseguitare e, in ultimo, condannare con tutta quanta l'età moderna in un suo sillabo, senza per altro essere in grado di contrapporre alla scienza, alla cultura e alla civiltà moderna del laicato un'altra e sua propria e vigorosa scienza, cultura e civiltà».
Croce, quindi, sostiene che le novità introdotte dal cristianesimo in ambito filosofico sono state comprese e rese feconde proprio da quei filosofi laici che la chiesa ha perseguitato e condannato, mentre la stessa chiesa cattolica non è stata capace di mettere a frutto fino in fondo le potenzialità della «rivoluzione cristiana». Il motivo di questa incapacità della chiesa risiede nel fatto che essa ha, per necessario processo storico, trasformato l’originale e rivoluzionario messaggio cristiano in un deposito, cioè in un insieme fisso e intangibile di dottrine, mentre il cristianesimo, come tutti i grandi sistemi di pensiero, è «sempre un abbozzo a cui in perpetuo sono da aggiungere nuovi tocchi e nuove linee». Sono ricordati, in questo senso, tutti i modi di dire, le parole, i simboli, i concetti, le argomentazioni che anche i filosofi più polemicamente avversi alla chiesa e al cristianesimo hanno mutuato dall'immaginario cristiano e dal patrimonio concettuale della religione cristiana. Il cristianesimo, che ha raccolto e sintetizzato quanto, della cultura umana precedente, ha ritenuto affine alla sua visione del mondo, dell'uomo e di Dio, rendendosi pregno di categorie filosofiche che nessuno può disconoscere e da cui nessuno può prescindere, è diventato un terreno imprescindibile di dibattito filosofico, una fonte concettuale, uno stimolo e un ambito di polemica per tutte le filosofie a esso successive.
Croce riconosce alla chiesa, qui e altrove, il ruolo storico di aver raccolto il pensiero cristiano, di averlo purificato dai miti più corpulenti degli inizi, di aver condotto il processo di ricerca e formazione della verità filosofica, di aver poi condotto la battaglia per l'affermazione dell'idea cristiana e per la cristianizzazione dell'Europa. Croce riconosce, inoltre, alla chiesa di aver saputo riformare se stessa, risorgendo più volte dalla corruttela nella quale periodicamente precipitava e di aver saputo sopravvivere ai «suoi errori accidentali e superficiali», giungendo fino al tempo presente. Croce non affronta, invece, in questo discorso, la questione dell'attuale capacità della chiesa di rispondere ancora ai bisogni per cui è nata. Il ruolo che egli riconosce alla chiesa, dunque, è un ruolo di trasmissione storica del pensiero cristiano. Un ruolo che però non può in alcun modo trasformarsi nella pretesa di "esclusiva" sul pensiero cristiano che la chiesa rivendicava (e oggi torna a rivendicare con il magistero di Ratzinger).
Croce sostiene, quindi, la piena legittimità da parte dei filosofi di proporre riletture e nuovi punti di vista a partire dalla prospettiva culturale cristiana, senza per questo essere accusati, da parte di una chiesa autonominatasi custode di una ortodossia cristiana non solo religiosa ma anche culturale, di essere blasfemi e di non essere in pieno diritto di dirsi cristiani nel senso culturale del termine. E questo è il senso autentico dell’affermazione che dà titolo al discorso. È, dunque, l’intera tradizione culturale e filosofica occidentale a essere impregnata di cristianesimo (appare quindi inutile – a mio modo di vedere – pretendere che il cristianesimo sia insegnato come “disciplina” a se stante nelle scuole – fino a volerla rendere obbligatoria, in quanto il cristianesimo trova già posto all’interno della letteratura, dell’arte, della filosofia e, tramite esse, si può conoscere del cristianesimo l’aspetto più vitale e fecondo, non isterilito da pretese dogmatiche e religiose).
Gli elementi filosofici che Croce rivendica come appartenenti alla tradizione occidentale e non esclusivi di una specifica chiesa o confessione, sono elencati nella prima parte del discorso: il mutamento che il cristianesimo impose al processo storico, la nuova prospettiva etica - rigorosa e ascetica, la sua predicazione dell'amore «verso tutti gli uomini, senza distinzioni di genti e di classi, di liberi e di schiavi, verso tutte le creature, verso il mondo che è opera di Dio, e Dio che è Dio d'amore», una nuova ermeneutica (soggettiva) della realtà, il concetto filosofico di «Spirito».
Proprio a proposito di quest'ultimo elemento, Croce chiude il saggio con una intensa esplicazione che chiunque voglia citarlo dovrebbe ricordare. La passione filosofica che spinge il filosofo a indagare il mistero dello Spirito è assimilabile alla stessa spinta ideale che spingeva i martiri cristiani. Una passione che rende il filosofo simile ai primi cristiani proprio a causa della sua appassionata ricerca di risposte, facendo così apparire il filosofo come un perpetuo combattente o un perpetuo lavoratore:
«E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano lo Spirito, che sempre ci supera e sempre è noi stessi; e, se noi non lo adoriamo più come mistero, è perché sappiamo che sempre esso sarà mistero all'occhio della logica astratta e intellettualistica, immeritatamente creduta e dignificata come "logica umana", ma che limpida verità esso è all'occhio della logica concreta, che potrà ben dirsi "divina", intendendola nel senso cristiano come quella alla quale l'uomo di continuo si eleva, e che di continuo congiungendolo a Dio, lo fa veramente uomo».

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