17 febbraio 2009

L’Italia che resiste

 

Nell’Italia delle brutte notizie, degli stupratori che, in appoggio al decreto sicurezza, salgono una volta tanto agli onori delle cronache nazionali, invece di finire relegati nella pagine di cronaca nera di provincia, in questa Italia per la quale anche i paragoni col fascismo sembrano diventati inadeguati, c’è, per dirla con De Gregori, un’Italia che resiste.

Resiste al dilagare del confessionalismo, dell’integralismo talebano di Ratzinger e dei suoi, resiste alla con-fusione tra politica e religione utile alla politica per conservare il proprio potere e alla religione per mantenere i propri privilegi.

Se i credenti non si sentono offesi nei loro sentimenti religiosi vedendo i crocifissi trattati e considerati come “arredi”, la coscienza laica comincia a rifiutare di esercitare funzioni e ruoli rivolti a tutti sotto l’egida (o l’egìda, come direbbe la Gelmini) del crocifisso, simbolo di una religione, di una cultura che, per forza di cose esclude tutte le altre religioni, tutte le altre culture.

Insegnare la libertà di pensiero sotto un crocifisso, esercitare la giustizia - laica e uguale per tutti - sotto un crocifisso sono atti evidentemente autocontradditttori che solo in stati talebani come l’Italia possono essere concepibili.

Almeno in questo, uno spiraglio comincia a intravedersi.

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