19 agosto 2009

W l’Italia

Capita, ogni tanto, di trovarsi accanto a persone dalle quali normalmente si è (per fortuna) enormemente distanti. Oggi capita a me di essere in minima parte d’accordo con Cota e Borghezio. Il tema è il 150° anniversario dell’unità d’Italia e delle celebrazioni che si vorrebbero per questo evento.

Sono certo che, approfondendo, io e i tizi della Lega Nord ci troveremmo in totale disaccordo. Io, per dirla con don Milani, “non ho patria”, mentre loro vorrebbero delle “patriette” ridicole e asfittiche; io contesto l’idea di confini tra gli uomini, loro vorrebbero dei fili spinati a ridosso di ogni valle e di ogni fiumiciattolo; io spero in un mondo senza barriere, senza sfruttamento, senza razzismo, senza guerra, loro… beh ci siamo capiti.

Però condivido l’idea che celebrare l’unità è un delitto, almeno nelle forme in cui finiranno per celebrarla. Ci saranno parate militari, discorsi retorici, buonismo patriottardo, celebrazioni piagnone dei “nostri ragazzi che difendono la pace e la democrazia” e altre minchionerie di tal genere.

Cosa celebrare? gli eroici “Mille” che compirono la gloriosa impresa oppure “un pugno di briganti […] disertori” per dirla ancora con don Milani?

Quale Italia va celebrata? l’Italia di Bava Beccaris o quella di Gaetano Bresci? L’Italia di Matteotti o quella di Mussolini? I milioni di italiani che la nuova patria costrinse a emigrare oppure le classi dirigenti che pensarono soltanto a ingrassare i propri sederi?

Cosa c’è da festeggiare? Una monarchia fellona che abbandonò il paese nel momento del pericolo? Un parlamento che non seppe difendere quel poco di libertà che c’era e preferì inchinarsi alla dittatura? Un esercito che non esitò a usare i gas contro i civili ma si squagliò come un gelato quando c’era da difendere la “patria”? Una classe politica corrotta che ha provocato il più colossale debito pubblico del mondo occidentale?

Quale Italia celebrare? L’Italia che affrontò la nascente questione meridionale con l’esercito o quella che si lanciò in una tardiva e disastrosa impresa coloniale? L’Italia degli intrighi giolittiani o quella della “inutile strage”? L’Italia che sparò contro gli operai in rivolta per la propria sopravvivenza o quella che non mosse un dito contro un manipolo di banditi che si impossessò dello stato? L’Italia che sfilava in camicia nera o quella che si eccitò alla proclamazione della guerra? L’Italia dei servi dei nazisti che giustificarono i loro crimini con l’onore della patria o quella che fuggì nottetempo a rifugiarsi tra le braccia dei nemici del giorno prima? L’Italia del dominio clericale o quella della corruzione socialista? L’Italia dei politici mafiosi, l’Italia  delle stragi, delle trame nere, del terrorismo di stato, dei servizi deviati, della loggia P2, di Craxi, di Berlusconi?

Di certo, in queste celebrazioni, finirà per essere dimenticato proprio quel poco che andrebbe festeggiato. Si dimenticherà l’Italia degli emigranti che venivano “venduti” come forza lavoro, degli eroi oscuri che morirono nelle carceri. Non si parlerà dei contadini del sud, degli operai che vennero presi a cannonate, dei “civili” che furono gli unici a difendere la “patria” quando andava difesa, dei tanti “don Milani” esiliati su montagne reali o metaforiche perché lontani dal modello conformista. Chi festeggerà i soldati che si sparavano nei piedi per non continuare la guerra? Chi risarcirà quelli che furono chiamati codardi dopo Caporetto? Chi celebrerà coloro che bruciarono la cartolina e partirono per combattere in Spagna dalla parte giusta? Chi festeggerà quella generazione che “ha perso” ma che ebbe il coraggio di prendere a pugni in faccia l’Italia bigotta e democristiana? Chi farà discorsi per ricordare Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Afro Tondelli, Emilio Reverberi? Chi innalzerà monumenti a Giorgiana Masi, a Federico Aldrovandi, a Carlo Giuliani?

Chi avrà, infine, il coraggio di dire che il fango in cui oggi anneghiamo è la degna conclusione di questa storia?

1 commento:

  1. se devo parlare dei miei sentimenti, che come tali sono relativi,sento che mio zio è morto nel 1945 perchè credeva in quella Italia unita, come anche io, a dispetto di tutto : credeva in una idea di italia, mai esistita se non nel sacrificio di quelli come lui; però non è perchè la storia è fatta di massacri e di vere nefandezze che noi si debba disprezzare un bene , per quanto utopistico: un passo avanti c'è stato dalle campagne governate dai borboni ? ciao nives

    RispondiElimina