01 marzo 2011

Leviathan

Gaetano Alessi, amico e compagno di strada, si dice convinto di due cose delle quali io, al contrario, sono poco o per nulla certo. Anzitutto dice che è finita una stagione politica a Raffadali. Certo, se si identifica una stagione politica con una persona o un gruppo di persone probabilmente ha ragione: si può ragionevolmente immaginare che, alle prossime elezioni, una piccola parte del ceto politico-amministrativo di Raffadali cambierà. Non so se questo potrà avvenire con un cambiamento interno alla "destra" o con un avvicendamento da parte della "sinistra", ma poco importa: tutto cambierà perché nulla cambi. Abbiamo già assistito al penoso spettacolo degli "uomini" di "sinistra" che al primo refolo di vento contrario sono passati a "destra" e assisteremo, impotenti, allo spettacolo opposto, qualora dovesse verificarsi un ritorno al potere della "sinistra". La seconda cosa di cui Gaetano si dice convinto, infatti, è che coloro che si sono imbarcati sulla «nave che affonda» non dovranno trovare spazio sull'altra nave. Anche di questo sono poco convinto. Le elezioni si vincono con i voti e i voti sono come il denaro, non puzzano; e non puzzano nemmeno quando i padroni dei pacchetti di voti, invece, fetinu comu i porci.
Alla base dell'ottimismo politico di Gaetano c'è, temo, un ottimismo antropologico. Gaetano crede nell'esistenza di un "uomo ideale" o, meglio, di un "raffadalese ideale" che possa scrollarsi il peso della storia, della fame atavica, della rassegnazione fatalista, dell'ignoranza transgenerazionale e incamminarsi fiero verso l'avvenire. Gaetano mi perdonerà il lieve tono sarcastico, ma sa bene quanto io non la pensi come lui. Non credo nella palingenesi, così come non ho mai creduto che il male stesse tutto da una parte. La storia raffadalese degli ultimi 30 anni dimostra come, finita la spinta propulsiva dei grandi ideali, l'amministrazione del paese sia stata null'altro che un grumo di interessi privati spesso torbidi, indifferenti rispetto alla collocazione politica dei protagonisti. I tentativi, che pur periodicamente ci sono stati da parte di minoranze intellettuali entusiaste, di cambiare questo andazzo sono stati tutti sconfitti sonoramente sia dai giochi di potere sia dalla mancanza di consenso popolare, visto che alla fine nelle urne prevale sempre la logica familistica o l'interesse particolare e individuale.
Io non spero che il futuro del paese possa essere, dal punto di vista amministrativo, migliore del presente o del passato. Non vedo emergere una nuova generazione di amministratori capaci, onesti e scevri da condizionamenti. Se, come è vero, ci sono alcuni giovani nei quali è lecito riporre speranze (qualcuno lo conosco per averlo avuto come alunno/a), è desolatamente vero che si tratta, ancora una volta, di minoranze alle quali, oltretutto, è stato sottratto anche l'entusiamo. Ho ancora buoni occhi per vedere una buona parte dei giovani di questo paese bivaccare sulle soglie di spacci di alcolici e scommesse, trascinarsi - tra una sbronza e uno sballo - da una parte all'altra della piazza Progresso, sprecando ore e giorni di vita e coltivando l'illusione che il tempo sia infinito. Da troppo tempo la speranza è stata sostituita, nei migliori di essi, dalla sterile indignazione o, negli altri, dalla vacua indifferenza. Ho dunque perso ogni speranza? Non del tutto. La storia ci insegna che le migliori conquiste dell'umanità sono state frutto della testardaggine di minoranze entusiaste. Minoranza furono i fondatori della democrazia americana, minoranza gli illuministi, minoranza i comunardi, minoranza i padri della costituzione italiana. Ciò di cui dubito è che Raffadali sia il luogo nel quale una qualsiasi minoranza intellettuale possa ottenere un risultato.
Sarebbe troppo lungo spiegare per quali motivi ritengo improbabile che nel nostro paese le cose possano cambiare; sarebbe troppo lungo spiegare per quale motivo ritengo improbabile che anche il miglior candidato sindaco - poniamo lo stesso Gaetano (ma anche questa speranza mi pare irrealizzabile) - possa incidere a tal punto nel tessuto socio-culturale di questo paese da provocare un mutamento tanto profondo nella mentalità comune che possa farci ritenere importante tener pulita la strada dinanzi casa come casa nostra, da farci parcheggiare l'auto dove non dà fastidio e non dove ci fa comodo, da spingerci ad acquistare un libro piuttosto che un abito da sfoggiare nello struscio del fine settimana. Le motivazioni sono storiche, antropologiche, economiche, culturali. Io temo che, qualunque piega prendano gli eventi futuri, il potere si ripresenterà con una nuova maschera, forse più orrida della precedente, dietro alla quale si terrà nascosto il solito volto leviatanico, pretendendo ancora una volta l'olocausto dei sogni e delle illusioni della parte migliore, e perciò minoritaria, di una generazione, come già avvenuto tante volte in passato. E, pur consapevole della impopolarità del mio modo di vedere, vorrei dire che, secondo me, l'unico modo per salvarsi dal potere, qualunque maschera esso indossi, è non collaborare!

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