11 novembre 2012

18 ore e non sentirle

Non è successo nulla, non c'è nulla da festeggiare. Certo il "governo"  ha fatto marcia indietro, il "ministro" è stato costretto a far finta di aver salvato capra e cavoli, il "parlamento" si appresta a varare una "legge" nella quale l'aumento dell'orario di servizio per gli insegnanti non c'è. Eppure non c'è nulla da festeggiare.
Perché il danno è stato fatto. In un paio di mesi sono riusciti a far passare l'idea che i professori italiani sono una casta di privilegiati, gente che non lavora o che lavora poco, che percepisce un salario da nababbi (1.400 di media) per lavorare soltanto 18 ore a settimana e che, oltretutto si lamenta. La scuola è un postaccio perché è infestata da questi lavativi perdigiorno, ladri e fannulloni. Loro, "ministri" e "parlamentari", da brave e oneste persone che lavorano 18 ore al giorno hanno provato a costringere questi fannulloni a lavorare ma la casta dei prof è troppo potente. Hanno vinto i prof, ma non temano gli onesti cittadini, "verrà un giorno...".
È stato inutile difendersi, invocare il tempo passato a studiare, preparare lezioni, costruire questionari, correggere compiti, inventarsi strategie per far comprendere l'eleganza di Lucrezio o la passione di Petrarca o la modernità di Nietzsche. Tutto inutile perché un operaio quando sta a casa mica lavora... lui lavora otto ore al giorno in fabbrica e tu prof, invece, soltanto tre in media: LADRO!
Il prossimo anno un altro "governo", senza la pressione delle elezioni, un "governo" fatto di "parlamentari" milionari che per hobby rubano e scopano, o di "tecnici" criminali che non scopano e non rubano ma in compenso ballano e sghignazzano sulle tombe di coloro che sono morti per le loro ricette miracolose, questo "nuovo" "governo" approverà la stessa legge, perché la scuola, la cultura, il sapere vanno messi al loro posto, cioè sotto i loro grassi culi flaccidi. E il popolo bue che li avrà votati legittimandoli applaudirà, perché in questa guerra non ci sono né vinti né vincitori, solo morti. "E a culo tutto il resto".

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